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Border Soundscapes · 2019

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Punto, linea, superficie. Angolo, rettangolo, quadrato. Elementi e assiomi, griglie e gabbie si ripetono nella geometria digitale di Pino Musi. Nella serie fotografica Border Soundscapes, le forme architettoniche si somigliano, al di là di ogni principio d’identità. Restano sulla soglia della ripetizione, sospese nel limbo della differenza, ciascuna attraversata da grigie vibrazioni metalliche e mesmerici suoni fuori campo. “Non sono le somiglianze, ma le differenze, che si somigliano”, ci dice Claude Lévi-Strauss. Fotografia e disegno, architettura e suono, diagramma e mondo, tutte differenze che sospendono le immagini sulla soglia dell’ambivalenza tra vero e falso. Crediamo e non crediamo a ciò che vediamo. Ipnotizzati dalla bidimensionalità delle immagini fotografiche, raffreddati e dominati dalla ripetizione delle stesse formule, crediamo all’irrealtà delle proporzioni, ci affidiamo alla scala innaturale delle porzioni di mondo ritratte. Vediamo il disegno, sentiamo l’opacità profonda delle forme, sappiamo che la mano invisibile del digitale ha toccato la superficie delle immagini cancellando ogni traccia di trasparenza, ogni scarto di profondità. La verità del visibile è che non ci sono più ombre in questi paesaggi architettonici di confine, paesi senza volto, familiari e irriconoscibili, Zone cancellate dalle mappe, carceri del nostro tempo, tutte somiglianti alle loro stesse differenze. Musi ricerca la governabilità delle strutture, costruisce spazi costretti, senza atmosfera. Ambienti in cui si respira un’aria artificiale, condizionata da uno sguardo volutamente schiacciato, nitidamente opprimente. Lo spazio è rigorosamente scelto, mai colto alla sprovvista: è una quinta urbana. L’occhio dello spettatore scruta le possibilità di fuga, ma le strade sono sbarrate. Tutto sembra già detto: il destino dei volti senza nome, gettati ai confini delle città, è annunciato già da sempre nelle sentenze mute emesse dalle facciate di cemento. Un’algebra generale permea i mondi “oltre-urbani” con cui Musi dialoga, all’ascolto di luoghi che non hanno ancora imparato a parlare, balbettanti gabbie periferiche disciplinate dal tono continuo e dal ritmo discreto di una silenziosa scala di grigi. Musi resta all’ascolto, fin quando una frequenza non emerge dal fuori campo urbano e turba l’ordine matematico dello spazio. Il risultato è lo slittamento del fuoco dell’immagine, la creazione di un nuovo sistema di disposizione degli elementi: un ordine sonoro “fuori griglia”. Nella fredda frontalità dei volti architettonici, nello schiacciamento senza fuga e senza imprevisto delle masse di calce, nei corpi architettonici senza pelle, non c’è scorrimento, nulla sembra fluire. Eppure qualcosa vibra. Mentre i cieli stringono l’orizzonte e risucchiano l’aria umida che resta, un suono sintetico, concreto, codificato, attraversa le immagini: le fotografie si ascoltano come un poema elettronico, sembrano trasmettere il tumulto congelato di un’opera d’ingegneria musicale di Iannis Xenakis o di una sinfonia di codici informatici di Ryoji Ikeda. La griglia diventa uno spartito di formule matematiche e l’architettura si scongela nel tempo della musica elettronica. Nella serie Border Soundscapes, "l’enfermement" architettonico, i codici sonori e le matrici visive suggeriscono il sentimento di un sublime matematico, generato tanto dal piacere mistico della formula che si ripete nell’immagine, quanto dall’inadeguatezza del nostro sguardo di fronte alla possibilità di conoscere e abitare la differenza e la ripetizione delle galassie periurbane che Musi consegna agli occhi di chi ascolta i suoi soundscapes.
Marie Rebecchi

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