Biologie de l'Acte d'Écrire · 2002

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Il lavoro è frutto di una collaborazione con la Biblioteca Civica di Rovereto e la Fondation Martin Bodmer di Ginevra. Nelle due collezioni sono raccolti testi originali, manoscritti, incunaboli di straordinaria rilevanza, ma anche documenti dove la scrittura è parte di un flusso di vita quotidiano (liste della spesa, scambi epistolari, ecc.). L'interpretazione fotografica evidenzia l'interazione fisica ed emotiva di chi scrive e di chi legge nei confronti dei segni, delle parole, dell'oggetto libro.
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Libro persona / Flaminio Gualdoni
Canapa, Cannabis sativa, dama; juta, Corchorus capsularis, huangma; lino, Linum perenne, yama; ramiè, Bohemeria nivea, zhuma… Cai Lun, cinese, inventava la carta a Luoyan, millenovecento e uno anni fa. Così dice la tradizione. Doncho, monaco coreano, quattordici secoli fa la portava in Giappone. Ibn Muqla undici secoli fa codificava una scrittura perfettamente proporzionata e i sei stili principali, che Yâqout, Mir ‘Ali, Soltân ‘Ali Machhadi, ‘Abd al-Djabbâr, hanno reso bellezza, e visione. Intanto le pergamene, l’Ilias Picta e i monaci del Book of Kells, e Konrad Forster e la textura della Bibbia delle 42 linee di Gutenberg. Poi tutta l’altra vicenda del libro, fino a noi. E’ questo il senso della storia condensata, coagulata nelle immagini di Pino Musi. E’ la “biologie de l’acte d’écrire” di cui parla René de Solier e il corpo della pagina, il segno che, prima d’essere altro, è se stesso, e la visione. E’ sguardo e tocco, toccare con gli occhi, assaporare per dolce bibliofagia. Annusare, soprattutto se la legatura è in Sagrinato, cuoio nero “d’odor tetro e ingratissimo” ci avverte Gaetano Volpi, il quale aggiunge del piacere d’assaporare il “bel testo Greco di Sofocle in ottavo dal Colineo impresso in Parigi nel 1528, di gratissimo odore” e “le Lettere di S. Caterina da Siena in 4 di Venezia del 1562 spiranti soave fragranza”. E’ l’anima del borgesiano “volumen”, un prisma a sei facce rettangolari composto di sottili lamine di carta che devono presentare un frontespizío, un’antiporta, un’epigrafe in corsivo, una prefazione anch’essa in corsivo, nove o dieci capitoli che cominciano con la lettera capitale, un indice del contenuto, un ex libris con una clessidra a sabbia e con un motto latino, un conciso errata corrige, alcune pagine bianche, l’indicazione ben spaziata della tipografia e la data e il luogo di stampa: oggetti che, come si sa, costituiscono “l’arte dello scrivere”. Che è retorica, per gli stolti, per altri poesia. E’ il libro corpo e immagine, prima che altro. E’ una storia, un’identità, un’appartenenza. Perché, ricorda l’Edmond Jabès di Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, “viviamo di scritti e moriamo di cancellature”. Musi, altrimenti fotografo di architetture, ma in realtà sempre del sacro, lavora entro la fisiologia del libro, della pagina, proprio per non morire di cancellature, e restituirci il segreto atavico della pagina, capace sempre, sotto ogni latitudine, di diventare il Libro. Il libro ha grandezze e miserie, è un senso della vita, ma come la vita, ci ricorda Paul Valéry, teme il fuoco (il fuoco che brucia libri ad Alessandria e Baghdad, a Efeso e a Berlino) come l’umido, le bestie come il tempo: teme, soprattutto, il proprio contenuto. Perché è alla fine persona, l’equivalente più prossimo d’un uomo. La bellezza e le rughe, il fulgore e il dissolvimento, la pienezza sensuale e la miseria della perdita. Tutto, del libro persona, addensa Musi in queste immagini. Esse, a loro volta, sono scritture di luce, pagine d’un altro illimite libro che egli va tracciando nella fisiologia delle sue proprie immagini, nella densità dei carboni e nella tensione asciutta su cui s’imprimono: a loro volta tattili e odorose, mentali perché fisiche. E di nuovo, per ciclo infinito, tutto torna libro.

Così mi è apparso / Antonello Scotti
Di proposito, ascolto il canto della pagina. Sono annotati in colonna, in unità, in decine, in centinaia, fermandosi al mille, numeri forse; così mi soffermo come ci si sofferma al cospetto di un disegno classico. Ora, quanto vedo, è un elenco di… in colonna con calligrafia precisa, ordinata, che svolge una sequenza, si arresta e poi riparte; ordinata, ma mai ordinaria. La non ordinarietà di quello ‘scritto’ così disposto mi fa trasognare, mi impegna a correggere a mia volta il vedere. Evidentemente, necessito di avere una compostezza con un rodato sistema di analisi per potermi svolgere un racconto, o meglio, un istinto che mi aiuti a mettere segno dopo segno insieme per dispiegare…; necessità che mi sovviene ogni qualvolta mi dichiaro ad una immagine. Riparto per l’ultima pagina volutamente omettendo gli intermedi. Tutto va così veloce, ed anch’io mi adeguo; mi adeguo più per affrontare la curiosità, rendendo così la fine già nota e potere conoscere tutto quello che è fra. Qui, un'altra struttura mi si paventa: il volere capire si smarrisce ancora di più perché la scrittura, affrettata, appuntata, non ha più nulla di ordinato ma non ha, ancora, alcunché di ordinario. Rimango interdetto chiamandomi in pausa: mi allontano un attimo per prendere una matita, ritorno, riguardo l’immagine, faccio la punta alla matita, la poso accanto, non troppo fuori dal mio cono visivo. La volontà del caso stava dando chance al palinsesto di segni che, ad opera della luce, si facevano visione. La matita, la mia, non riusciva a competere con la forza dello strumento che la fotografia aveva costruito. Mobilitando le forze dell’immaginazione, mi sono avviato verso la sponda opposta sulla quale avevo soggiornato. Ricordo che nel mentre camminavo mi sono addormentato ed ho sognato di tirarmi dalla bocca un anello con all’interno scritto “affirmationes - negationes”. L’ho guardato, me lo sono rigirato tra le mani, l’ho appoggiato su di un piano bianco, o nero, non ricordo. Mi sono seduto, ho appoggiato la testa tra le mani, addormentandomi. Così almeno mi è apparso.


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